“Tra tutti gli strumenti usati, la fotografia è stato quello privilegiato, avendomi permesso di leggere con maggiore attenzione critica e più cosciente empatia le società e i singoli personaggi che ho avuto la ventura di incontrare e fotografare. E cercare, per quanto mi è stato possibile, di raccontare.”

Fotografia, ma anche pittura, incisione, scrittura: nel corso della sua lunga vita Piergiorgio Branzi ha lasciato il segno in tanti campi dell’arte e della cultura italiana del Novecento, padroneggiando molti di essi grazie ad uno spiccato talento e ad un’acuta intelligenza. È tra i primi fotografi a recarsi nel Sud Italia per raccontare la realtà del dopoguerra, tra i primi reporter assunti dalla RAI per documentare “all’americana”, ossia con cinepresa alla mano, le olimpiadi di Roma nel 1960 e il primo corrispondente occidentale a poter trasmettere dalla Russia comunista.

Classe 1928, nato nell’antica cittadina di Signa, nei pressi di Firenze, da una famiglia piccolo borghese molto numerosa - aveva tre sorelle e tre fratelli - Branzi subisce il fascino delle immagini impresse su pellicola fin da bambino, nel retro del Cinema Teatro Comunale che confinava con il giardino-orto della nonna materna.

La scelta di dedicarsi alla fotografia arriva nel 1952 quando, folgorato da una mostra di Henri Cartier -Bresson tenutasi a Palazzo Strozzi, decide di acquistare la sua prima macchina fotografica, una Condor 35 mm di fattura fiorentina. “Capii che si poteva leggere il mondo con l’apparecchio fotografico, e a maggior ragione il mondo che sta in noi, sentendosi implicati in ciò che si vede nel rettangolo del mirino e che si ripropone in quello di carta. Significava saldare la motivazione con la rigorosa organizzazione delle forme percepite visibilmente”.[1]

L’ambiente della formazione intellettuale e artistica di Branzi che influenza il suo modo di vedere il mondo e di intendere la fotografia è quello fiorentino, forte della tradizione figurativa toscana che si esprime nella forma e nel disegno e che unisce all’immagine del visibile il pensiero sul visibile. Branzi predilige un bianco e nero carico, che enfatizza le forme e la matericità dei soggetti e che li sospende in un’atmosfera quasi metafisica, allontanandoli dalla cronaca del quotidiano. Un’attività fotografica che egli stesso ha definito di “realismo-formale” a valenza sociale: “Il mio realismo era uno sguardo di attenzione, di compassione verso quella realtà, il tentativo di tradurre quelle sensazioni in buone immagini, formalmente corrette.”[2]

Già nel 1953, a sorpresa, Branzi vede esposta una sua fotografia presso la Galleria di Arte Contemporanea di Firenze. È l’occasione per conoscere Paolo Monti, anima del circolo fotografico “La Gondola” di Venezia, e Giuseppe Cavalli, Vincenzo Balocchi e altri membri de “La Bussola” di Milano, a sua detta “l’unico gruppo colto al quale ogni giovane fotografo aspirasse partecipare”.[3] È Balocchi a introdurlo nel mondo della fotografia e a portarlo a Senigallia, sede dell’Associazione Fotografica Misa fondata da Cavalli e terreno d’azione di Mario Giacomelli, con il quale Branzi stringe presto un sodalizio umano ed artistico.

Alla metà degli anni ’50, Branzi è dunque attivo all’interno della comunità fotografica italiana e contribuisce ad animare il dibattito culturale sulla fotografia proprio in quanto membro di quegli ambienti che si fanno portatori delle istanze più aggiornate, spesso provenienti dall’estero, sulla pratica fotografica.

Interessato a documentare le tematiche sociali e i mutamenti culturali del dopoguerra, nel 1953 parte all’avventura a bordo di una moto Guzzi 500 con l’intento di esplorare visivamente il Meridione d’Italia; attraversa Emilia, Abruzzo, Marche, Molise, Puglia, Lucania, Campania, Lazio per poi rientrare in Toscana, viaggiando su strade che erano poco più che sentieri.[4]

Tra il 1955 e il 1957 partecipa alle principali esposizioni italiane e vince numerosi concorsi fotografici che gli portano una certa notorietà, soprattutto in ambito internazionale. Negli stessi anni collabora con “Il Mondo” diretto da Mario Pannunzio, il settimanale di politica e cultura pubblicato a Roma tra il ‘49 e il ‘66 che tra i primi valorizzò il lavoro e l’autorialità dei fotografi rivoluzionando il modo di percepire la fotografia, da mera illustrazione di un testo giornalistico a contributo significante e partecipante ai concetti espressi nell’articolo.

Nonostante i successi raggiunti in ambito fotografico, Branzi decide di proseguire sulla strada del giornalismo professionista piuttosto che su quella meno remunerativa dell’arte, anche a seguito della nascita del primo figlio Simone, nel 1958. Provvidenziale fu l’acquisto di una cinepresa Paillard 16 mm per realizzare dei cortometraggi industriali. Seppur breve, l’esperienza gli consente di essere assunto in RAI in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960, quando l’azienda era alla ricerca di reporters capaci di documentare l’evento operando anche con la cinepresa. In RAI rimarrà fino alla pensione, prima come corrispondente dall’estero, poi come conduttore del telegiornale e infine come direttore della sede di Firenze.

Pochi mesi dopo la nascita della sua seconda figlia Silvia, nel 1962, Branzi accetta l’offerta fattagli dal direttore del Telegiornale Enzo Biagi di diventare il corrispondente da Mosca, trovandosi così come primo operatore di una televisione occidentale a trasmettere dalla capitale sovietica. Vi rimane quattro anni, durante i quali fotografa la realtà moscovita come esercizio personale, per aiutarsi a comprenderla meglio. Le fotografie per sua volontà rimarranno in un cassetto per vent’anni e verranno pubblicate solo negli anni ’90.

Nel 1966 si trasferisce insieme alla famiglia a Parigi, ancora come inviato RAI, per la quale segue le fasi concitate del Maggio francese. Al suo rientro in Italia nel ’69, Branzi decide di sospendere nuovamente l’attività fotografica e dedicarsi completamente alla carriera giornalistica. “Tornato da Mosca appesi la macchina al chiodo. Non si possono fare due mestieri insieme – fotografia e televisione – e il secondo era diventato la mia principale professione”, ha raccontato Branzi. “Avvertivo inoltre il bisogno di riflettere sui quindici anni della mia attività fotografica. L’esperienza delle immagini moscovite mi aveva condotto su strade diverse da quelle fino ad allora praticate, e desideravo ritrovare il filo di Arianna, le tracce costanti, i “segni”, se ve ne fossero stati, introdotti nel mio linguaggio figurativo.”

Nonostante gli impegni professionali lo abbiano allontanato da una pratica costante delle sue altre passioni, ovvero fotografia, incisione e pittura, Branzi non smette mai davvero di interessarsi ad esse. Negli 1995 il grande ritorno: Italo Zannier gli chiede di partecipare a un progetto collettivo di rilettura in chiave fotografica dei luoghi di Pier Paolo Pasolini, “i sojtornat di estàt”. Spinto da quell’onda, Branzi riprende in mano un progetto sulle strade e i marciapiedi di Parigi.

Gli anni duemila segnano la svolta del passaggio alla fotografia digitale, a cui Branzi si avvicina grazie all’amico Nino Migliori. “La fotografia è un’idea proiettata sulla carta: che sia analogico o digitale per me è identico”.[5] Inizia così a sperimentare sia con il bianco e nero che con il colore e si appassiona soprattutto alla stampa, avendo la possibilità di ritornare sui vecchi scatti per enfatizzare alcuni dettagli e contrasti che l’analogico rendeva in modo diverso.

Negli ultimi anni di vita si trasferisce con la famiglia nella campagna a nord di Roma, dove riscopre un certo fascino per la fotografia della natura, sfruttando le potenzialità dell’apparecchio digitale di osservare le cose più da vicino. Nella stessa casa conserva ordinatamente il proprio archivio di stampe e negativi, tenendo da parte gli scatti più noti in modo da essere sempre pronto a soddisfare le richieste per eventuali mostre e pubblicazioni.

 Piergiorgio Branzi è stato riconosciuto dalla critica internazionale come un autore di spicco della fotografia italiana del ‘900. Sue fotografie sono conservate, oltre che in importanti collezioni e gallerie italiane, anche nelle collezioni del Fine Art Museum di Houston, della Tate Modern di Londra, della BNF di Parigi e del SF MoMA, la cui storica curatrice Sandra Phillips così descrive l’uomo e il fotografo: “Branzi ha il dono di una curiosità discreta, di un meraviglioso senso dell’umorismo, di una particolare gentilezza e di una modestia, con la quale avvicina i personaggi che incrocia nel suo cammino”.

 

[1] Branzi Piergiorgio, Quasi un’autobiografia, in Branzi Piergiorgio, Fotografare è disegnare, Milano, RCS MediaGroup, 2019, pp. 12-13

[2] Pier Branzi Piergiorgio, il giro dell’occhio, Roma: Contrasto, 2015, p. 54

[3] Ivi, p. 13

[4]Branzi Piergiorgio,Il giro dell’occhio, Contrasto, Roma, 2015, p. 71

[5] Piergiorgio Branzi - Full Documentary 2010,Produzione Luca Molducci, Giart - Visioni d’arte (Bologna, Italy) in collaborazione con Cineteca di Bologna. https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=IT4jbxfDE00 minuto 35:04. Video consultato il 16/07/21