Erede dei grandi fotografi di viaggio del XIX secolo, Campigotto appare impegnato nel difficile recupero di un grado zero dell’immagine, di quello stupore proprio di uno sguardo originario: «Mi ostino a viaggiare più che posso, ma non è mai abbastanza e non è mai il viaggio avventuroso che avrei sognato (…). Il viaggio per me è un’idea mitica di avventura privilegiata».[1]

In questo viaggio capita di incontrare immensa natura, stratificazione storica, infrastrutture e architetture che incidono sul paesaggio e danno il metro della storia di una civiltà: Roma, Il Cairo, New York, Istanbul, Cina, India, Yemen, Iran, Lapponia, Londra, Chicago, Marocco, Cile, Patagonia, Isola di Pasqua, Islanda. Ma per il fotografo è un dovere anche tornare e misurare i nuovi valori con ciò che gli è più familiare.

Veneziano d’origine, storico di formazione, Campigotto «ha piena coscienza del valore documentario dell’esperienza fotografica, un valore assunto primariamente come retaggio culturale, come chiave di interpretazione del reale che investe contemporaneamente l'occhio e la mente»[2]. Ma fotografare è anche immergersi, stupirsi e reinterpretare, far emergere la dimensione sublime, spazzando via l’immagine sedimentata del paesaggio.

Il potere evocativo delle sue fotografie nasce soprattutto dall’incontro intimo tra l’autore e i luoghi attraversati e segna il passaggio, cruciale, dalla veduta alla visione.

A questo approccio Campigotto associa spesso la pratica della scrittura, restituendo racconti che traducono, anche in parole, la sua personale esperienza del mondo.



[1] L. Campigotto, intervista a Davide Vargas, in “Architettura”, 2008.

[2] W.Guadagnini  “La dismisura dell’emozione”, in My Wild Places, Hatje Kantz, 2010.