Dalla fine degli anni ’50 Leone ha esteso il proprio sguardo dalla nativa Ragusa all’intera Sicilia, fotografando i costumi, i mestieri e le tradizioni popolari, ma anche il paesaggio e l’architettura barocca di un’isola vista come «ombelico del Mediterraneo: teatro del mondo», che egli ama con struggente passione. Interprete fantasioso e creativo, le sue immagini hanno origini iconografiche antiche e parlano di una terra che sembra, nonostante tutto, resistere a ogni tentativo di cambiamento. Esponente del neorealismo italiano ha sempre fotografato solo in analogico e prevalentemente in bianco e nero (la sua prima macchina fotografica è una Bessa 6x9 a soffietto), perché «il bianco e nero è l’interpretazione della natura e delle sue trasformazioni, il colpo d’occhio che scarica da ogni orpello un’immagine per dare senso a quello che è l’essenza di ciò che vedi» (Intervista a Giuseppe Leone, di Sara Sigona, in Opera incerta, n. 33 del 14 aprile 2008). In veste di narratore ha condiviso l’esperienza profonda della Sicilia con autori che come lui ne hanno saputo cogliere bellezza e contraddizioni, da Sciascia, a Bufalino, a Consolo, senza mai cadere nello stereotipo: «La macchina è uno strumento per poter dialogare con quello che ti circonda. Allora il fotografo diviene, oltre che un interprete, un ricercatore. A me non interessa l’immagine eclatante da scoop, ma una fotografia concettuale, di ricerca, di immediatezza, visto che mi dedico ad afferrare l’immagine al volo (…). Quando torno da una battuta fotografica sono felice se nel mio paniere ci sono almeno tre immagini indimenticabili. Le immagini per essere tali devono avere una grande forza evocativa e interpretativa».