Tra i più noti e apprezzati maestri della fotografia, Berengo Gardin ha ritratto la storia, la società e il paesaggio italiano dal dopoguerra a oggi restituendo un racconto unico, per attenzione e sensibilità, che spazia da questioni sociali a temi privati, da cronache di costume a reportage di viaggio. Con la sua inseparabile Leica ha scattato più di un milione e mezzo di fotografie in bianco e nero, rigorosamente in analogico: “vera fotografia”, come lui stesso la definisce.

Formatosi nell’ambito del neorealismo italiano e profondamente ispirato dalla fotografia umanista francese - in particolare da Willy Ronis - dagli anni ’50 ha contribuito al dibattito sulla fotografia italiana attraverso le pagine della rivista Il Mondo di Pannunzio e le attività del circolo La Gondola di Venezia.

Alla capacità di cogliere le molteplici sfaccettature del vivere attraverso “momenti decisivi”, Berengo Gardin unisce la consapevolezza dell’importanza civile e sociale del fotografare dedicando il suo talento a reportage cruciali come quello sui manicomi del 1969 (sono gli anni precedenti la Legge Basaglia), o quello sulle grandi navi che attraversano la laguna di Venezia.

Nella sua lunga e ricca carriera – sono oltre 250 i libri prodotti – colpisce la coerenza di sguardo e di stile: le immagini prive di qualunque artificio e apparentemente semplici (ma mai banali) sono il risultato di uno sguardo sempre aderente al dato di realtà che non prevarica la vita che si propone di narrare; uno sguardo così rispettoso nei confronti della fotografia da non aver mai avuto la tentazione di esasperarne o forzarne il linguaggio. «Mi piacerebbe essere considerato non un artista, ma un ottimo fotografo artigiano».